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"Eu te quero e não queres como sou, não te quero e não queres como es." (Caetano Veloso, O Quereres)
"But would I leave you in this moment of your trial?" (Peter Hammill, The undercover man)
"...ma quale Costa Smeralda, piccolini i gaggi." (Flavio Soriga)
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Il fatto è pressappoco questo.
Rifondazione Comunista è un partito che ha -per l'appunto- la necessità di rifondarsi sulle macerie delle ultime elezioni.
Ebbene, fra tutte le cose da cui poteva ripartire, opta per la richiesta di grazia a un'omicida.
Ma mica una qualsiasi: quella che dal proprio crimine ha tratto il maggior business mediatico (e che difatti anche stavolta ha subito approfittato della situazione).
Complimenti.
Se qualcuno cercava un motivo per non rimpiangere la scomparsa di RC dal parlamento, direi che è servito.
Non mi sembra ci sia altro da dire.
L'articolo che segue è tratto da L'Unità del 3/1/2008, ed è scritto da Marco Travaglio. Lo riporto integralmente perchè racconta fatti di una certa importanza di cui in Italia non parla un cazzo di nessuno, come si addice a una repubblica delle banane dove i mezzi d'informazione di massa ripetono tutti le stesse minchiate.
E sì, anche perchè i fatti in questione riguardano direttamente un certo grassone mediatico, che qui fra le banane viene ormai accreditato per il soglio pontificio, mentre nel resto del mondo i pochi che ne conoscono l'esistenza sanno che è un disonesto e una macchietta.
Un applauso a Travaglio, uno dei pochi ad essere sempre preciso e fastidioso come un giornalista vero dovrebbe essere.
(l'illustrazione è sempre la solita vignetta di Makkox, utilissima anche a interpretare correttamente l'attuale fase cattolica integralista del nostro)
Very intelligence
di Marco Travaglio
Con tutte le baggianate che dice, sempre comunque accreditate di grande intelligenza, vien da chiedersi che ne sarebbe di Giuliano Ferrara in un paese serio, cioè diverso dall'Italia. Una risposta giunge dalla Francia, dove il Molto Intelligente è stato appena condannato in appello (e dunque in via definitiva) dal Tribunal de Grande Instance di Parigi per contraffazione di opera d'ingegno e violazione del diritto d'autore ai danni di Antonio Tabucchi. Il fatto risale all'ottobre 2003, quando Tabucchi inviò un articolo a Le Monde, ma se lo vide pubblicato, in anteprima e senza l'autorizzazione, sul Foglio (un correttore di bozze del quotidiano parigino l'aveva inviato per amicizia a Ferrara, senza prevedere che questi l'avrebbe fregato e messo in pagina).
Ora Ferrara dovrà sborsare 34mila euro in tutto: 10mila di multa allo Stato francese, più 3mila per aver appellato temerariamente la condanna di primo grado; 12mila di danni a Tabucchi; 9 mila per finanziare la pubblicazione della sentenza su Le Monde, Le Figaro e Libération. Naturalmente, se Ferrara avesse vinto la causa, la notizia sarebbe uscita su tutti i giornali, Invece l'ha persa, dunque silenzio di tomba. Ma l'aspetto più interessante del processo non è la sentenza. l'incredulità dei francesi giudici, avvocati e giornalisti di fronte a quel che dice Ferrara. Anzi, di fronte a Ferrara tout court, che al di là del Monginevro è visto come un fenomeno da baraccone. Il suo interrogatorio in tribunale è uno spettacolo da far pagare il biglietto. Nell'articolo rubato, Tabucchi ricordava i trascorsi di Ferrara come informatore prezzolato della Cia.
Il giudice domanda all'interessato se la cosa sia vera. Ferrara risponde che sì, fu lui stesso a rivelarlo sul Foglio. Ma era una balla, che lui la chiama «provocazione»: tant'è che - aggiunge - non ci sono le prove. La nuova frontiera del giornalismo da lui inaugurata - spiega - prescinde dalla verità. Figurarsi la faccia dei giudici parigini dinanzi a questo «giornalista» ed ex ministro italiano che si vanta di raccontare frottole sulla propria vita e aggiunge: trovate le prove di quel che scrivo, se ne siete capaci. Lo condannano su due piedi. Lui ricorre in appello, eccependo fra l'altro sulla competenza territoriale del Tribunale parigino, manco fosse Previti o Berlusconi al Tribunale di Milano. Eccezione respinta con perdite. Quanto al merito, ricordano i giudici di seconda istanza, il Molto Intelligente è colpevole per definizione: «il 4 novembre 2006 Ferrara veniva interrogato e sosteneva che in Italia è usanza giornalistica pubblicare documenti senza autorizzazione per rispondere a essi senza che la cosa comporti una contraffazione».
Dopo aver finito di ridere, i giudici ribattono che pubblicare sul Foglio un articolo destinato a Le Monde «senza il consenso dell'autore né di Le Monde costituisce a pieno titolo contraffazione» e «non è seriamente sostenibile che un delitto di contraffazione sia legittimato da una sorta di diritto di replica preventivo rispetto alla pubblicazione», Ferrara, se voleva replicare a Tabucchi, doveva attendere che l'articolo uscisse su Le Monde. Il Tribunale aggiunge sarcastico che una diversa «eventuale usanza italiana, ammesso che esista, non si applicherebbe comunque al diritto francese». E conclude sottolineando «la piena consapevolezza che l'imputato (Ferrara, ndr) aveva del suo delitto e del cinisino con cui l'ha commesso», ergo «va dichiarato colpevole dei fatti a lui addebitati». Insomma: certi sofismi, furbate e corbellerie Ferrara li vada a raccontare agli italiani, che hanno smarrito il senso del pudore, della decenza e della vergogna. In Francia non attaccano. Infatti, riportando la sentenza, il Nouvel Observateur descrive Ferrara come nemmeno un giornale di estrema sinistra oserebbe dipingerlo.
Cioè per quello che è: «maschera della tv trash», «specializzato nella denigrazione di chi si oppone a Berlusconi» e nel «servilismo giornalistico» che gli è valso la direzione di Panorama e del Foglio, sempre «indipendente come si può essere quando l'editore è la moglie di Berlusconi». Nessun accenno alla sua grande intelligenza. In controtendenza con la fuga dei cervelli dall'Italia, quello di Ferrara all'estero non lo nota nessuno. Non pervenuto.
L'avete sentita la registrazione della telefonata Nano-Saccà?
Fatelo.
E poi ditemi se il dirigente Rai non fa pensare a un incrocio tra Fantozzi, Grima Vermilinguo e uno scendiletto.

Il Popolo della Libertà, eh, mica bruscolini.
Libertà, insomma, è poter scegliere di leccare il culo al padrone nel modo che si preferisce (lappate verticali dal basso verso l'alto, concentriche, etc)
Da Curzio Maltese, la miglior recensione del brano.
***
E poi ci sarebbe l'esternazione "in Rai lavora solo chi si prostituisce o chi è di sinistra".
Su cui non so se valga spendere parole, visto che evidentemente è un fastidioso effetto collaterale del bombardamento farmacologico a cui alcune persone si sottopongono per nascondere i segni della vecchiaia. Però, nel merito, la frase ha provocato una divertente serie di illazioni su tutti coloro che- pur non professandosi di sinistra- continuano a spadroneggiare nell'emittente pubblica.
La migliore è ancora una volta di Leonardo.
“Dopo 4 anni di guerra in Iraq, 3.900 soldati americani morti, 85.000 civili iracheni ammazzati e tutti gli italiani morti sul campo anche per colpa di Berlusconi, Berlusconi ha avuto il coraggio di dire che lui in fondo era contrario alla guerra in Iraq. Come si fa a sopportare una cosa del genere? Io ho un mio sistema, penso a Giuliano Ferrara immerso in una vasca da bagno con Berlusconi e Dell’Utri che gli pisciano addosso, Previti che gli caga in bocca e la Santanchè in completo sadomaso che li frusta tutti”
Solo per dovere la riporto, come a volte faccio con le cose punite dalla censura.
Non certo perchè la battuta in sé mi abbia entusiasmato, anzi. Ma il punto è un altro.
Come si sa, per questa frase Giuliano Ferrara ha fatto licenziare Daniele Luttazzi da La7.
Ora, probabilmente secondo Ferrara il logico risultato della punizione doveva essere il recupero della propria dignità offesa di fronte al pubblico televisivo tutto.
...e ora chi glielo dice che invece io e il popolo bue ne abbiam dedotto QUESTO?

(coupable, ça va sans dire, l'ineffable Makkox)
In due giorni e poco più al Festival della Letteratura, alla fine di cose se ne sono viste.
Ovviamente non potevamo andare dappertutto, e quindi abbiamo scelto di far visita ad alcuni autori, più o meno irrinunciabili, e lasciar perdere tutto il resto o quasi.
E intanto c’è subito da dire una cosa. Com’era prevedibile, la gente ha assaltato in massa pochi eventi e pochi autori, che sono poi i soliti, o quelli di moda in questi mesi. Ed ora che son tornato e ho guardato un po’ di notizie, vedo che anche la copertura giornalistica della manifestazione ha riguardato –salvo poche eccezioni- quegli stessi pochi autori.
Questo è alla fin fine il problema del giornalismo e dell’informazione in genere. Le notizie che passano sono sempre le stesse. Tutti i mezzi di informazione trasmettono le stesse notizie, le stesse interviste, le stesse dichiarazioni delle stesse persone, gli stessi fatti di cronaca. E tacciono tutto il resto. In ambito culturale, questo significa che l’attenzione dei giornalisti è rivolta sempre e comunque verso gli scrittori di best seller, quelli che hanno vinto premi, quelli dalle cui opere è stato tratto un film di successo, quelli che appartengono al mondo della televisione, o quelli su cui le case editrici stanno investendo molto. Mi piacerebbe se un giornalista culturale volesse raccontare e far conoscere ai suoi lettori anche libri ed artisti meno conosciuti, ma che lui reputa interessanti. Si trova nella posizione ideale per farlo. Si tratta solo di correre il rischio delle proprie opinioni abbandonando l’articolo-fotocopia. Ma ciò non succede. O quasi tutti i giornalisti apprezzano gli stessi autori, o quasi nessuno è in grado di assumersi la responsabilità e il rischio di cui sopra. Peccato.
A pensarci, la situazione è molto coerente con quanto diceva Neil Gaiman venerdì sera: “Ho l'impressione che un autore diventi più reale se viene tratto un film dal suo lavoro. Per la gente esisti solo se ti conoscono tramite la pellicola. Se non è stato tratto un film dalle tue opere non ti considerano. Invece con un film all'attivo tratto da un tuo romanzo la gente potrà pure non conoscerti, ma sa chi sei. E ti chiederà se magari hai scritto altre cose che conoscono. Io rispondo loro: non lo so, come diavolo faccio a saperlo?”
Ed ora, facciamo un po' di resoconto.
Neil Gaiman
Abbiamo assistito a due incontri con Neil Gaiman, uno venerdì sera, intervistato dal bravo Matteo Stefanelli, e uno sabato sera, ospite dei ragazzi volontari del festival.
Difficile parlare in breve di Neil Gaiman. Il “Dictionary of Literary Biography” lo considera uno dei dieci maggiori autori post-moderni viventi. Il suo Sandman è considerato una delle massime opere a fumetti del mondo. Ha ottenuto successi internazionali con tutti i suoi romanzi (American Gods, Anansi Boys, Stardust, Neverwhere), in cui riesce a coniugare elementi magici e reali, temi assoluti, divini e quotidiani con profondità e semplicità disarmanti. Le sue opere per l’infanzia (Coraline, Lupi nei muri) parlano al bambino quasi come a un adulto, estremamente attente e tenere insieme. Il suo blog (qui nella traduzione italiana) è il più visitato al mondo fra i blog di scrittori (al proposito ha detto: “Quando mi chiedono come faccio, io rispondo: non è così difficile, è stato sufficiente averlo aperto a febbraio del 2001 ed aggiornarlo quotidianamente”). Il 12 ottobre uscirà in Italia il film Stardust, tratto dall’omonimo romanzo, entro fine anno uscirà Beowulf, di cui ha scritto la sceneggiatura, e nel 2008 uscirà il cartone animato Coraline, tratto dal suo romanzo per bambini.
Tutto ciò fa supporre che fra qualche mese anche Gaiman entrerà a far parte di quel gruppo di autori seguiti passo dopo passo dalla stampa e dalle masse oceaniche. Per ora fortunatamente non è così, e ad oggi l’unico articolo che racconta i suoi interventi a Mantova è quello presente su Fantasy Magazine (una buona trascrizione dell’intervista di venerdì sera).
Detto questo, Gaiman visto di persona è semplicemente fantastico. Molto disponibile, aperto e diretto, per niente divo, pieno di gentilezze nei confronti dell’intervistatore, del traduttore e del pubblico. Valorizza ed arricchisce tutte le domande che gli vengono poste. Parlare con i suoi lettori gli piace tanto, e gli piace farlo liberandosi del piedistallo dove fatalmente si trova. Sorride sempre, mette a suo agio l’interlocutore con grazia e naturalezza. Le sue risposte sono brillanti e mai banali, ed accompagnate da espressioni e gesti che spesso le rendono divertentissime. Proprio bravo, un piacere starlo a sentire.
Parla (in un inglese perfetto e senza inflessioni) di tante cose. Ovviamente dei due libri recentemente tradotti in italiano (Buona apocalisse a tutti e Il cimitero senza lapidi e altre storie nere). E dei film in uscita, e del perché l’industria cinematografica si stia finalmente buttando sui filoni a lui congeniali, con film tratti da opere fantasy e da fumetti (la sua risposta: “Semplicemente, prima non li poteva fare perché non c’era la tecnologia sufficiente”)
Ma parla anche delle differenze che ci sono tra scrivere un romanzo, un fumetto, una sceneggiatura:
“Nel libro si scrive esattamente la storia come sarà, nel fumetto si scrivono delle istruzioni per il disegnatore. Nel film, infine, è come stendere un piano di battaglia, bisogna definire le posizioni di partenza, i movimenti, prevedere l’imprevisto”.
“Quando scrivo un libro non posso sapere come una pagina verrà letta dal lettore, se ad esempio salterà venti righe di descrizione per passare al dialogo successivo. Invece nel fumetto ho il controllo totale della lettura e del ritmo di lettura. Viceversa, col fumetto non sono padrone della narrazione quanto lo sono con un libro. In uno dei miei romanzi (nota di Mario: vi risparmio il titolo, nel caso non l’aveste letto) tutti i personaggi sono negri, epperò non lo scrivo mai esplicitamente, e il lettore viene a saperlo pian piano. Se fosse stato un fumetto, evidentemente ciò non sarebbe stato possibile e avrei dovuto rinunciare a questo strumento narrativo.”
Infine, sulla letteratura e sul fantastico:
“Non vedo sostanziale differenza fra la storia della letteratura e la storia del fantastico. Da quando esiste la letteratura esiste la letteratura fantastica. La letteratura realista, verista, quella priva di elementi magici o soprannaturali (NdM: Gaiman usa “mimetic”) è un’invenzione relativamente recente (NdM: cercando di darle una data di partenza, io e Stella siamo arrivati a Defoe. Chi offre di più?). Oggi si dà un nome a questo tipo di letteratura, per distinguerla come un sotto-genere, per lo più con connotazioni negative. Questo è avvenuto a partire da Tolkien. La sua opera ha avuto un effetto tremendo sulla letteratura, ha modificato il contesto di riferimento, è stato come mettere una pesante palla da bowling su un telo di gomma. Da allora, negli scaffali delle librerie esiste il genere fantasy, esistono autori fantasy e autori non fantasy. Ma io non vedo questa differenza di generi. E Tolkien stesso ha pubblicato il suo libro come una normale novel.”
Ha detto anche molto altro, ma per ora può bastare.
Ah, al termine del secondo incontro ho approfittato della sua disponibilità e mi sono avvicinato a lui mentre firmava
autografi. Gli ho dato il testo di una delle nuove canzoni degli Ubi Maior (ispirate ai suoi lavori, come scrivevo qui), e per la precisione quella dedicata al Sogno, tradotta in inglese da Vanamonde. Gli ho dato anche una chiavetta USB con la più recente registrazione della canzone (fatta in sala prove, ma non era troppo male). Speriamo che la legga, l’ascolti, e gli piaccia.
Qui a fianco, foto buffissima che immortala il momento in cui Gaiman mi esortava a dargli l’mp3.
Prossimamente, i resoconti sugli altri incontri (fra cui Jonathan Coe, Diamanda Galás, John De Leo).
Stay tuned!

Sul Giornale di oggi campeggia un editoriale di Mario Giordano intitolato "Una lezione da chi non può darne", ed ispirato ai recenti fatti della chinatown milanese.
Il titolo è sicuramente azzeccato: il pezzo intero rappresenta in sè una lezione di approfondimento giornalistico, e un'acuta analisi della situazione politica e sociale. Leggere per credere.
In particolare, è degna di nota la lezione di economia internazionale che il bravo giornalista regala ai lettori, quando identifica con sicurezza i cinesi come "figli dello yen" (riga 8, per chi comprensibilmente non avesse voglia di arrivare in fondo all'articolo).
Soundtrack: Luisa Cottifogli - 'Ndosi
Ho comperato il DVD "Uccidete la democrazia", e l'ho visto.
Ebbene, sono rimasto deluso.
Da consumatore, innanzitutto, com'è normale quando ti accorgi che il film non aggiunge quasi nulla ai trailer che l'hanno preannunciato (e che in definitiva ti hanno convinto a cacciare 17 euri).
Da spettatore, anche. Le scene di fiction erano inguardabili: il personaggio della giornalista assolutamente artefatto e recitato da cani, ed anche De Capitani non ci si è messo troppo d'impegno. L'idea stessa della fiction contribuisce a far perdere credibilità all'inchiesta, meglio sarebbe stato far raccontare tutto ad uno degli autori senza inscenare quei dialoghi insulsi.
Infine, l'inchiesta stessa. Gli elementi si conoscevano già. Il film avrebbe dovuto a mio avviso presentare un maggior approfondimento dei meccanismi, una vera e propria inchiesta insomma.
Invece, oltre alla carrellata degli indizi, il contenuto era in buona sostanza una serie di ipotesi difficili da verificare e di accostamenti un po' fantasiosi: la lettura finale del Pisanu "democristiano", i riferimenti a Salvatore Giuliano, il Gattopardo e Mike Stern, dai, non scherziamo.
Certo, ci sono delle parti interessanti, soprattutto nella prima parte, con la cronaca della "lunga notte" (peraltro ricalcata dall'ottima diretta di Radio Popolare).
E le coincidenze inquietanti rimangono.
Però nel complesso il film più che avvalorare le proprie ipotesi con dati oggettivi sembra cercare di renderle velleitarie.
Un po' come se Deaglio non volesse essere preso troppo sul serio: "in fondo l'avevo detto che era un docu-thriller. Se volevate un'inchiesta vera potevate guardarvi Report".
Soundtrack: Marisa Monte - Verde Anil Amarelo Cor De Rosa e Carvão
Ancora in sordina, ma un po' si parla anche dell'inchiesta fatta da Enrico Deaglio, e che uscirà sotto forma di DVD film-documentario in allegato a Diario, venerdì 24 novembre.
Di che si tratta?
Partendo da alcuni fatti oggettivi, e statisticamente inquietanti, il giornalista ipotizza che le elezioni politiche 2006 siano state truccate dal centrodestra. Non così tanto da vincerle, ma abbastanza da trasformare il governo della sinistra in una missione impossibile.
Senza scendere nello specifico (i fatti oggettivi ed inquietanti di cui sopra li ha già descritti qualche giorno fa l'ottima Lameduck, e assai meglio di come potrei fare io), la cosa mi ha fatto preoccupare, e più di un pochino.
I fatti ci sono, sono evidenti e incontestabili. Ed il comportamento successivo dei politici sia di destra che di sinistra non aiuta a far luce.
La stessa agenzia che il 3 novembre titolava "Brogli: Calderisi e Fontana smontano Deaglio", in realtà non smonta nulla. Fontana (FI) e Calderisi (Riformatori Liberali, quindi praticamente FI anche lui), avanzano semplicemente dei dubbi riguardo alle vere intenzioni di Deaglio, e giustificano le tante stranezze statistiche con un giudizio personale sulla legge elettorale. Niente più che il loro dovere di difesa del capo, come siamo ormai abituati a vedere.
Da parte mia, aspetterò l'uscita del DVD per farmi un'idea precisa. Nel frattempo, faccio giusto alcune considerazioni velleitarie.
Deaglio è un giornalista d'inchiesta, piuttosto affermato, e difficilmente in passato si è lasciato andare a sensazionalismi non verificati. Potrebbe essere in malafede, voler screditare la destra e dare una mano al governo in difficoltà, come insinuano Fontana e Calderisi. Potrebbe, ma in questo modo finirebbe per screditarsi lui stesso, anche e soprattutto agli occhi di quella parte (l'elettorato di sinistra) che in qualche modo gli è vicino. Ferma restando la possibilità che abbia preso un grosso granchio, invece ritengo più probabile la sua buona fede.
D'altronde per un giornalista condurre con successo un'inchiesta del genere vale -se non un Pulitzer- almeno una carriera.
In fin dei conti, la questione non è per niente trascurabile, e si può sintetizzare con: "l'Italia è una democrazia o una repubblica delle banane? E per caso queste banane ci sono state già infilate da qualche parte a nostra insaputa?"
Eh, son cose, direbbe qualcuno.
L'altro ieri ho ascoltato in diretta la relazione di Prodi in Parlamento a proposito del caso Telecom, ed il dibattito che ne è seguito. Poi ho visto i tre telegiornali della Rai e non ho potuto fare a meno di notare come nell'informazione televisiva non sia cambiato nulla: ogni intervento è stato condensato in una sola frase, e reso praticamente irriconoscibile.
Tant'è. Di quel dibattito, ho apprezzato in modo particolare l'intervento di Fassino. Non tanto per le posizioni su Telecom (che già conoscevo), quanto per le sue veloci risposte alle accuse di Fini e soprattutto di Tremonti.
Vorrei sottolinearne alcuni aspetti, che peraltro ci dànno un'idea della levatura politica dei leader della destra:
1) Prodi è andato a riferire in Parlamento. Spinto dai maggiori partiti della coalizione, certo, e con una destra che per il suo iniziale rifiuto ha gridato allo scandalo ed allo spregio delle istituzioni (salvo poi interpretare il dibattito come una specie di gogna). Ma Berlusconi in cinque anni di governo non si è MAI degnato di rispondere alle interrogazioni dei parlamentari.
2) Tremonti ha accusato Prodi di mentire al Parlamento. Ma Tremonti è quel ministro dell'economia che ha presentato al Parlamento tre finanziarie deliberatamente fasulle.
3) Fini e Tremonti hanno insinuato la possibilità di interessi personali di Prodi nell'affare Telecom. Ma il governo Berlusconi è a tutt'oggi l'unico nella storia italiana ad essere stato costantemente minato dal conflitto d'interessi.
4) Fini e Tremonti, utilizzando il tempo del loro intervento per queste illazioni, non hanno parlato invece di ciò che era importante, e cioè parlare del futuro di Telecom.
Insomma, nei TG Rai ho visto riportato solo uno di questi punti (quello sul conflitto d'interessi). Con buona pace della cosiddetta occupazione della TV di stato da parte della sinistra
Questa qui sotto non è la copertina del Mucchio Selvaggio di aprile. Avrebbe dovuto essere, ma l'editore Panini si è rifiutato di pubblicarla.

La redazione ha protestato con un comunicato, di cui riporto qui sotto una parte.
"La redazione trova ciò un atto di censura inqualificabile. La satira è un diritto affermato dalla nostra Costituzione (“Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione” - Art. 21). Se si va con la memoria indietro nel tempo a copertine, molto più feroci e provocanti, di giornali come il “Male”, “Frigidaire” o “Cuore” ci si rende conto di come è peggiorato il rapporto tra la stampa e il potere e di quanto la libertà di espressione sia sempre meno garantita."
Al di là di ogni mia considerazione politica e/o estetica sulla copertina in questione, mi sembrava il minimo che potessi fare.