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"Eu te quero e não queres como sou, não te quero e não queres como es." (Caetano Veloso, O Quereres)
"But would I leave you in this moment of your trial?" (Peter Hammill, The undercover man)
"...ma quale Costa Smeralda, piccolini i gaggi." (Flavio Soriga)
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Il fatto è pressappoco questo.
Rifondazione Comunista è un partito che ha -per l'appunto- la necessità di rifondarsi sulle macerie delle ultime elezioni.
Ebbene, fra tutte le cose da cui poteva ripartire, opta per la richiesta di grazia a un'omicida.
Ma mica una qualsiasi: quella che dal proprio crimine ha tratto il maggior business mediatico (e che difatti anche stavolta ha subito approfittato della situazione).
Complimenti.
Se qualcuno cercava un motivo per non rimpiangere la scomparsa di RC dal parlamento, direi che è servito.
Non mi sembra ci sia altro da dire.
"Posso dire di conoscere quasi tutti i pentiti di mafia, ma oggi faccio fatica a individuarne uno sano, anche se ce ne saranno".
"Il fattore Vittorio Mangano, condannato in primo grado all`ergastolo, è morto per causa mia. Mangano era ammalato di cancro quando è entrato in carcere ed è stato ripetutamente invitato a fare dichiarazioni contro di me e il presidente Berlusconi. Se lo avesse fatto, lo avrebbero scarcerato con lauti premi e si sarebbe salvato. E` un eroe, a modo suo".
Sono alcune frasi tratte dall'intervista che Marcello Dell'Utri ha rilasciato un paio di giorni fa, siete persone attente e non vi sarà sfuggito.
Mi sembra superfluo commentarne il contenuto letterale. Mi interessa invece analizzare il messaggio politico, e le sue implicazioni -per così dire- elettorali.
La situazione è la seguente: Veltroni, principale avversario del PdL, dopo aver reinserito il candidato antimafia Giuseppe Lumia nelle liste elettorali (recuperando in qualche modo il passo falso commesso con la sua iniziale esclusione), dichiara in televisione "cari mafiosi, non votateci, perché vogliamo distruggervi e lo faremo".
Contemporaneamente, Marcello Dell'Utri, pezzo da novanta del PdL, rilascia questa intervista, il cui messaggio politico è traducibile grosso modo in questi termini: "Sappiate tutti che io, in pubblico e apertamente, parlo a favore di mafiosi, e parlo contro i pentiti di mafia. Dell'indignazione che le mie parole sicuramente provocheranno nella società civile, non me ne fotte un beato cazzo. Anzi, se lo dico solo cinque giorni prima delle elezioni è perchè sia chiaro che non me ne fotte un cazzo nemmeno dell'eventuale danno elettorale"
Bene, escludendo il caso che Dell'Utri e Berlusconi (che ha subito fatto proprie le parole del suo luogotenente) siano diventati improvvisamente masochisti, ci si deve chiedere: perché?
Perché queste parole?
A chi è destinato il messaggio? C'è forse qualcuno che, lungi dall'indignarsi, aspettava proprio un discorso simile per essere sicuro di poter votare PdL senza problemi?
E perché, mentre tutti stanno a commentare la vicenda, qualcuno se ne sta trincerato in un imbarazzato e imbarazzante silenzio? Mi spiego meglio: perché gli altri pezzi da novanta del PdL, Fini, Maroni e Calderoli per esempio, parlano di minchiate ed evitano l'argomento?
Penso che finirò per votare PD. Per alcuni motivi che si riconducono essenzialmente alla modalità con cui Veltroni sta portando avanti la campagna elettorale, e alla necessità di arginare il potere della destra bovina che con ogni probabilità formerà il governo.
Ma lo farò (se lo farò) con un forte mal di coscienza.
Il motivo principale è che anche il PD in qualche modo disattende le proprie istanze di rinnovamento, e lo fa proprio nelle regioni in cui il rinnovamento e la questione morale sono più stringenti.
Qualche giorno fa, il giovane scrittore Antonio Pagliaro ha sintetizzato nel suo blog la situazione del PD in Sicilia, a mio avviso quasi tragica, e la sua conseguente decisione di supportare una lista di "Amici di Beppe Grillo". Ora, io per Grillo non ho nessuna simpatia e ne ho poca anche per chi in lui si identifica. Ma in Sicilia i fatti stanno lì, e se volete star mal pure voi potete provare a chiedervi cosa ne penserebbe Berlinguer, di candidature come quella di Vladimiro Crisafulli.
E proprio oggi, sul sito di Repubblica compare quella che a mio avviso è la diagnosi più lucida del sistema politico attuale. L'autore è Roberto Saviano, sempre uno scrittore (e non credo sia una coincidenza).
Certo, niente a che vedere con l'esercito di delinquenti messo in campo dal PdL. E difficilmente riuscirò a votare per la Sinistra Arcobaleno, che mi sembra composta da qualche decina di sedicenti leader impegnati a osservare il proprio ombelico.
Ma neanche il PD è la politica con cui mi vorrei identificare, e la sensazione è quella di sprecare il voto, in ogni caso.
L'articolo che segue è tratto da L'Unità del 3/1/2008, ed è scritto da Marco Travaglio. Lo riporto integralmente perchè racconta fatti di una certa importanza di cui in Italia non parla un cazzo di nessuno, come si addice a una repubblica delle banane dove i mezzi d'informazione di massa ripetono tutti le stesse minchiate.
E sì, anche perchè i fatti in questione riguardano direttamente un certo grassone mediatico, che qui fra le banane viene ormai accreditato per il soglio pontificio, mentre nel resto del mondo i pochi che ne conoscono l'esistenza sanno che è un disonesto e una macchietta.
Un applauso a Travaglio, uno dei pochi ad essere sempre preciso e fastidioso come un giornalista vero dovrebbe essere.
(l'illustrazione è sempre la solita vignetta di Makkox, utilissima anche a interpretare correttamente l'attuale fase cattolica integralista del nostro)
Very intelligence
di Marco Travaglio
Con tutte le baggianate che dice, sempre comunque accreditate di grande intelligenza, vien da chiedersi che ne sarebbe di Giuliano Ferrara in un paese serio, cioè diverso dall'Italia. Una risposta giunge dalla Francia, dove il Molto Intelligente è stato appena condannato in appello (e dunque in via definitiva) dal Tribunal de Grande Instance di Parigi per contraffazione di opera d'ingegno e violazione del diritto d'autore ai danni di Antonio Tabucchi. Il fatto risale all'ottobre 2003, quando Tabucchi inviò un articolo a Le Monde, ma se lo vide pubblicato, in anteprima e senza l'autorizzazione, sul Foglio (un correttore di bozze del quotidiano parigino l'aveva inviato per amicizia a Ferrara, senza prevedere che questi l'avrebbe fregato e messo in pagina).
Ora Ferrara dovrà sborsare 34mila euro in tutto: 10mila di multa allo Stato francese, più 3mila per aver appellato temerariamente la condanna di primo grado; 12mila di danni a Tabucchi; 9 mila per finanziare la pubblicazione della sentenza su Le Monde, Le Figaro e Libération. Naturalmente, se Ferrara avesse vinto la causa, la notizia sarebbe uscita su tutti i giornali, Invece l'ha persa, dunque silenzio di tomba. Ma l'aspetto più interessante del processo non è la sentenza. l'incredulità dei francesi giudici, avvocati e giornalisti di fronte a quel che dice Ferrara. Anzi, di fronte a Ferrara tout court, che al di là del Monginevro è visto come un fenomeno da baraccone. Il suo interrogatorio in tribunale è uno spettacolo da far pagare il biglietto. Nell'articolo rubato, Tabucchi ricordava i trascorsi di Ferrara come informatore prezzolato della Cia.
Il giudice domanda all'interessato se la cosa sia vera. Ferrara risponde che sì, fu lui stesso a rivelarlo sul Foglio. Ma era una balla, che lui la chiama «provocazione»: tant'è che - aggiunge - non ci sono le prove. La nuova frontiera del giornalismo da lui inaugurata - spiega - prescinde dalla verità. Figurarsi la faccia dei giudici parigini dinanzi a questo «giornalista» ed ex ministro italiano che si vanta di raccontare frottole sulla propria vita e aggiunge: trovate le prove di quel che scrivo, se ne siete capaci. Lo condannano su due piedi. Lui ricorre in appello, eccependo fra l'altro sulla competenza territoriale del Tribunale parigino, manco fosse Previti o Berlusconi al Tribunale di Milano. Eccezione respinta con perdite. Quanto al merito, ricordano i giudici di seconda istanza, il Molto Intelligente è colpevole per definizione: «il 4 novembre 2006 Ferrara veniva interrogato e sosteneva che in Italia è usanza giornalistica pubblicare documenti senza autorizzazione per rispondere a essi senza che la cosa comporti una contraffazione».
Dopo aver finito di ridere, i giudici ribattono che pubblicare sul Foglio un articolo destinato a Le Monde «senza il consenso dell'autore né di Le Monde costituisce a pieno titolo contraffazione» e «non è seriamente sostenibile che un delitto di contraffazione sia legittimato da una sorta di diritto di replica preventivo rispetto alla pubblicazione», Ferrara, se voleva replicare a Tabucchi, doveva attendere che l'articolo uscisse su Le Monde. Il Tribunale aggiunge sarcastico che una diversa «eventuale usanza italiana, ammesso che esista, non si applicherebbe comunque al diritto francese». E conclude sottolineando «la piena consapevolezza che l'imputato (Ferrara, ndr) aveva del suo delitto e del cinisino con cui l'ha commesso», ergo «va dichiarato colpevole dei fatti a lui addebitati». Insomma: certi sofismi, furbate e corbellerie Ferrara li vada a raccontare agli italiani, che hanno smarrito il senso del pudore, della decenza e della vergogna. In Francia non attaccano. Infatti, riportando la sentenza, il Nouvel Observateur descrive Ferrara come nemmeno un giornale di estrema sinistra oserebbe dipingerlo.
Cioè per quello che è: «maschera della tv trash», «specializzato nella denigrazione di chi si oppone a Berlusconi» e nel «servilismo giornalistico» che gli è valso la direzione di Panorama e del Foglio, sempre «indipendente come si può essere quando l'editore è la moglie di Berlusconi». Nessun accenno alla sua grande intelligenza. In controtendenza con la fuga dei cervelli dall'Italia, quello di Ferrara all'estero non lo nota nessuno. Non pervenuto.
L'avete sentita la registrazione della telefonata Nano-Saccà?
Fatelo.
E poi ditemi se il dirigente Rai non fa pensare a un incrocio tra Fantozzi, Grima Vermilinguo e uno scendiletto.

Il Popolo della Libertà, eh, mica bruscolini.
Libertà, insomma, è poter scegliere di leccare il culo al padrone nel modo che si preferisce (lappate verticali dal basso verso l'alto, concentriche, etc)
Da Curzio Maltese, la miglior recensione del brano.
***
E poi ci sarebbe l'esternazione "in Rai lavora solo chi si prostituisce o chi è di sinistra".
Su cui non so se valga spendere parole, visto che evidentemente è un fastidioso effetto collaterale del bombardamento farmacologico a cui alcune persone si sottopongono per nascondere i segni della vecchiaia. Però, nel merito, la frase ha provocato una divertente serie di illazioni su tutti coloro che- pur non professandosi di sinistra- continuano a spadroneggiare nell'emittente pubblica.
La migliore è ancora una volta di Leonardo.
“Dopo 4 anni di guerra in Iraq, 3.900 soldati americani morti, 85.000 civili iracheni ammazzati e tutti gli italiani morti sul campo anche per colpa di Berlusconi, Berlusconi ha avuto il coraggio di dire che lui in fondo era contrario alla guerra in Iraq. Come si fa a sopportare una cosa del genere? Io ho un mio sistema, penso a Giuliano Ferrara immerso in una vasca da bagno con Berlusconi e Dell’Utri che gli pisciano addosso, Previti che gli caga in bocca e la Santanchè in completo sadomaso che li frusta tutti”
Solo per dovere la riporto, come a volte faccio con le cose punite dalla censura.
Non certo perchè la battuta in sé mi abbia entusiasmato, anzi. Ma il punto è un altro.
Come si sa, per questa frase Giuliano Ferrara ha fatto licenziare Daniele Luttazzi da La7.
Ora, probabilmente secondo Ferrara il logico risultato della punizione doveva essere il recupero della propria dignità offesa di fronte al pubblico televisivo tutto.
...e ora chi glielo dice che invece io e il popolo bue ne abbiam dedotto QUESTO?

(coupable, ça va sans dire, l'ineffable Makkox)
Francesco Storace, insoddisfatto della deriva democratica cui Alleanza Nazionale pare abbandonarsi, ha deciso di fondare un nuovo partito per rappresentare la sua visione della destra, fascista ma soprattutto diversamente intelligente.
Per l'appunto, dovendo raccogliere fondamentalmente dei deficienti, l'ha voluto chiamare La Destra, in modo che fosse riconoscibile anche ai futuri iscritti.
Così è stato, ed ora possiamo dire che il processo di identificazione è completo.
E' di questi giorni infatti la proclamazione della Settimana dell'Orgoglio Idiota, la cui parola d'ordine sembra essere "anche i deficienti devono poter esprimere il loro peso politico".
Il programma è fitto di manifestazioni.
Dapprima il buon Storace ha candidamente confessato la sua nostalgia per lo squadrismo intimidatorio come strumento di persuasione politica.
Poi c'è stato l'outing sulle stampelle di Rita Levi Montalcini.
Infine, probabilmente per ribadire in maniera definitiva la sua leadership all'interno del nuovo partito, è di queste ore l'ultima fiera professione di deficienza: Napolitano è indegno della carica che ricopre.
E chissà a quali altre vette ci condurrà, quest'uomo, e quali altre patenti di indegnità politica riuscirà a rilasciare. Beninteso, nel tempo che gli resterà libero. Egli infatti è piuttosto impegnato. Oltre alla politica, dovrà dedicare anche qualche minuto a dimostrare la sua estraneità in alcuni fatterelli (uso delle intercettazioni per scopi personali, o finanziamenti irregolari nella sanità).
Insomma, a giudicare da queste simpartiche esternazioni, vien da pensare che il costante supporto che i senatori a vita offrono al governo sia in realtà l'unica decisione di buon senso praticabile.
Leggo su repubblica.it un fatto che avrei voluto definire incredibile.
Alle amministrative 2006 per la provincia di Udine, il candidato della CDL ha "regolarizzato" tramite contratto l'accordo di voto di scambio stipulato con uno dei suoi "sostenitori".
Ecco il testo, come riportato da Repubblica:
"Italo Tavoschi si impegna a sostenere il prof. Strassoldo, alle prossime elezioni provinciali, e lo fa schierandosi in una lista che fa capo a Strassoldo, presentandosi in uno o più collegi nella città, oppure a discrezione dello stesso presidente, in altri collegi del territorio. Il presidente Strassoldo si impegna a riconoscere a Italo Tavoschi, per questa personale discesa in campo, nel caso di vittoria elettorale e conseguente conferma a presidente della Provincia di Udine, un incarico amministrativo, per la durata minima di tre anni, eventualmente rinnovabile.
Detto incarico, riguarderà il comparto delle attività produttive ed in particolare la promozione turistica della nostra provincia. Al dott. Tavoschi sarà riservato il trattamento economico lordo annuo di euro 70.000,00 (settantamila), nell'area dirigenziale, con oneri previdenziali a carico dell'ente Provincia. In alternativa potrà essere sottoscritto un contratto a progetto, di pari importo annuo, per la durata di anni cinque. Firmato Mario Strassoldo e Italo Tavoschi".
La faccenda è venuta alla luce perchè Strassoldo non ha rispettato il contratto, e Tavoschi ha presentato ricorso all'ufficio del lavoro (!). Aggiungiamo che entrambi i contraenti definiscono "lecito" il loro accordo, e la vicenda assume caratteri raccapriccianti.
Insomma, l'etica della politica, o questione morale che dir si voglia, ha fatto passi da gigante. Ormai a quattro veli, soffice compagna delle abluzioni intime dei nostri rappresentati, dieci piani di morbidezza.
E il fatto che i personaggi appartengano alla CDL mi fa tirare un sospiro di sollievo, ma solo in relazione al fatto specifico. Non posso permettermi di sperare che questo sia un episodio isolato, o che la sinistra sia immacolata. Probabilmente è solo l'unico caso in cui alla disonestà si è aggiunta l'idiozia di ricorrere all'ufficio del lavoro
Non è che voglia rinfocolare le risse su questioni tipo preti e pedofilia (su cui en passant mi limito a registrare il persistere del silenzio generale), o linciaggi anticlericali. Non sia mai, per carità.
(questo qui sopra è una cosa che ultimamente viene chiamato "disclaimer", ma che un tempo si chiamava in un altro modo)
Questa qui sotto è invece una notizia ANSA di oggi, di cui faccio un copia-incolla totale a memoria futura (dato che resterà su questa pagina per un periodo limitato).
Non lo commento neppure.
Giusto tre considerazioni:
1) Come per i bambini, anche qui si tratta di una categoria "debole", e in quanto tale a forte rischio di essere affidata alle cure dei preti (da parte di un numero sempre troppo alto di creduloni che spesso si fidano più di una sottana nera e di un crocifisso che di esperienze e competenze dimostrate).
2) Questo istituto, in quanto "gestito da una Fondazione di proprietà della Curia Arcivescovile di Cosenza", non paga l'ICI.
3) Lo so che nella chiesa cattolica ci sono preti con un cuore così e due palle anche più grosse. E' anche per rispetto a loro, che fenomeni del genere vanno colpiti fino in fondo, e in tutte le loro ramificazioni pelose (cfr in proposito l'agghiacciante commento finale dell'arcivescovo).
E ora leggete, s'il vous plait.
Istituto lager, in manette sacerdote nel Cosentino
SERRA D'AIELLO (COSENZA) - L'ex presidente dell'Istituto di Assistenza Sociosanitaria Papa Giovanni XXIII di Serra d'Aiello, il sacerdote Alfredo Luberto, di 49 anni, è stato arrestato dalla Guardia di Finanza con l'accusa di associazione per delinquere finalizzata alla truffa. Insieme a Luberto è stato arrestato un ex componente del Consiglio di amministrazione dell'Istituto, Fausto Arcuri, di 40 anni. I due arresti sono stati fatti in esecuzione di ordinanze di custodia cautelare emesse dal gip del Tribunale di Paola Alfredo Cosenza, su richiesta del sostituto procuratore della Repubblica Eugenio Facciolla, che da tempo conduce un'inchiesta sui presunti illeciti che sarebbero stati commessi nella gestione dell'Istituto Giovanni XXIII. L'istituto Papa Giovanni è gestito da una Fondazione di proprietà della Curia Arcivescovile di Cosenza.
Don Alfredo Luberto, Arcuri ed altri indagati, che nell'inchiesta condotta dal sostituto procuratore Facciolla sono complessivamente 24, avrebbero costituito un comitato d'affari che si sarebbe appropriato di parte dei fondi destinati dalla Regione all' Istituto Papa Giovanni, determinando una grave situazione di dissesto finanziario nella gestione dell'ente. Agli arrestati viene contestata anche l'appropriazione indebita. Gli illeciti nella gestione dell'istituto sarebbero andati avanti per anni consentendo, secondo quanto hanno riferito investigatori ed inquirenti, alle persone coinvolte nell'inchiesta e in particolare, a Don Alfredo Luberto ed Arcuri, di accumulare consistenti capitali.
SEQUESTRATO ISTITUTO ASSISTENZA
La Guardia di finanza sta eseguendo il sequestro preventivo dell'Istituto di assistenza socio-sanitaria Papa Giovanni XXIII di Serra d'Aiello. I finanzieri stanno anche eseguendo il sequestro di un appartamento, definito "di lusso" da inquirenti ed investigatori, di proprietà di don Alfredo Luberto e ritenuto provento della presunta attività illecita svolta dal sacerdote nella gestione dell'istituto di assistenza. Agli arrestati viene anche contestato il reato di abbandono di incapace in relazione alle condizioni di degrado in cui sono stati costretti a vivere le persone ospitate nell'Istituto di assistenza.
Restano nell'istituto i 363 degenti del Papa Giovanni XXIII. Il sostituto procuratore della Repubblica Eugenio Facciolla, titolare dell'inchiesta, ha infatti disposto l'affidamento in custodia giudiziale delle struttura, che continuerà così a svolgere la propria attività. "Sperando - ha detto Facciolla all'Ansa - che nel frattempo Regione Calabria, Azienda sanitaria e Curia arcivescovile di Cosenza si mettano finalmente d'accordo su chi deve mettere in atto gli interventi per migliorare le condizioni strutturali dell'istituto, risolvendo una grave questione che si trascina da anni a discapito dei degenti. Interventi che sono, tra l'altro, estremamente urgenti".
CASI DI SCABBIA TRA DEGENTI ISTITUTO
Sono molti i casi di scabbia tra i 363 degenti dell'istituto di assistenza Papa Giovanni XXIII di Serra d'Aiello, sequestrato dalla Guardia di finanza. La scabbia, secondo quanto è emerso dalle indagini, è stata provocata dalle condizioni di abbandono igienico e strutturale in cui si trova l'istituto malgrado la presenza di 900 dipendenti. La struttura versava da anni in una situazione di caos gestionale che rendeva molto precaria anche l'assistenza ai degenti, molti dei quali ospitati nell'istituto da anni.
INDAGINI SU EX ARCIVESCOVO DI COSENZA
La Procura della Repubblica di Paola sta svolgendo indagini sull'ex arcivescovo di Cosenza, mons. Giuseppe Agostino, nell'ambito dell'inchiesta sui presunti illeciti nella gestione dell'Istituto di assistenza Papa Giovanni XXIII di Serra d'Aiello. E' quanto si è appreso da fonti giudiziarie. In particolare la Procura di Paola e la Guardia di finanza stanno verificando l'operato di mons. Agostino in relazione alla mancata rilevazione degli illeciti che sarebbero stati commessi nella gestione dell'istituto, con particolare riferimento all'appropriazione di fondi e di beni di proprietà dell'istituto. Situazione che ha determinato il dissesto finanziario dell'ente, con conseguente degrado strutturale ed igienico dell'Istituto.
VESCOVO: SPECULAZIONI NON VANNO NELLA DIREZIONE DELL'IDEA FONDATIVA DELL'ISTITUTO
"Vivo quest'ora di sofferenza assieme alla mia Chiesa confidando come sempre nell'operato della Magistratura". Così l'arcivescovo di Cosenza-Bisignano, mons. Salvatore Nunnari, ha commentato gli arresti effettuati stamani nell'ambito dell'inchiesta sull'Istituto Papa Giovanni XXIII di Serra d'Aiello. "E' l'ora della croce - ha aggiunto - che sarà certamente momento di purificazione e di rinascita per questa Chiesa che da sempre è stata segno di speranza donando alla terra di Calabria figure eccelse di laici e di preti. Sento di poter dire alla nostra gente una parola di fiducia dopo l'episodio che vede un prete così pesantemente imputato, per un rinnovato cammino di fedeltà a Dio e all'uomo". "Mi riservo di ritornare su questo triste episodio - ha concluso mons. Nunnari - che racchiude in sé la storia di un' Opera nata dal cuore di un sacerdote, don Giulio Sesti Osseo, per un gesto di attenzione agli ultimi e fatto oggetto oggi di interessi e speculazioni che non vanno nella direzione della idea fondativa".
(FTM starebbe per Fuori Tempo Massimo. Cioè un post scritto in un momento "sbagliato", ovvero quando dell'argomento in questione non ne parla più nessuno)
L'argomento è, in sintesi, la famigerata Crimen Sollicitationis e successive modifiche. Dopo che l'anno scorso un giornalista BBC ci ha fatto un documentario-inchiesta, dopo che quest'anno qualcuno ha messo al documentario i sottotitoli in italiano e lo ha fatto girare in rete, dopo che il mese scorso Santoro ci ha fatto sopra la sua bella puntata da 22% di share, dopo che tutti (politici, giornalisti, showmen, e tanto più quanto meno qualificati per farlo) si sono sentiti in dovere di esprimere la loro opinione, ebbene:
a distanza di un paio di settimane non ne parla più nessuno.
E -peggio- nessuno sa come stanno le cose.
Ovviamente non parlo delle questioni marginali, come il fatto che i preti siano o meno pedofili, o che il documentario della BBC fosse o meno di parte.
E' chiaro che fra i preti, come fra i non-preti, si trova una piccola percentuale di pedofili e abusatori di minorenni. E per me è anche abbastanza chiaro che il documentario, pur portando un buon numero di fatti concreti, fosse piuttosto di parte e sensazionalistico. Ma queste, dicevo, sono sciocchezze (epperò queste sciocchezze sono stati anche i temi più affrontati nel dibattito mediatico, qualcosa vorrà pur dire).
Quello che ancora non si sa è la questione vera, quella più grave: se in Italia un prete cattolico viene a sapere che un altro prete cattolico è un pedofilo e abusatore di minorenni, lo deve immediatamente denunciare alla magistratura italiana, oppure no?
Lo Stato Italiano ha avviato le necessarie indagini per verificare se questo accade, oppure no?
Io, nel mio piccolo, non ne so nulla. E questo mi preoccupa un po'.
Per dire le cose come stanno: nel caso non ci fossero sufficienti assicurazioni che la Chiesa Cattolica prescriva la denuncia immediata alla magistratura italiana, ci si troverebbe di fronte a un reato di intralcio alle indagini, commesso da un esponente del clero cattolico con il benestare della sua Chiesa di appartenenza.
E' chiaro che in una situazione simile ci rimarranno i giustificati sospetti sulla corporatività della Chiesa (corporatività che -vista la gravità del reato- assume i contorni inquietanti del favoreggiamento, per non dire altro).
Ma è ancora più preoccupante che lo Stato, avallando col silenzio e l'inazione questi comportamenti, ammetta di fatto la propria subordinazione alla religione.
Sarebbe questo lo stato laico in cui viviamo?
(spero sempre che qualcuno meglio informato di me mi sbugiardi e mi risollevi il morale, eh)